Dalla pressione sul Golfo Persico al rafforzamento dell’asse Russia-Cina, fino alla crescita della domanda legata ai data center, il sistema energetico vive una fase di instabilità strutturale
STRETTO DI HORMUZ E CRISI DEL GNL: LA VULNERABILITÀ ENERGETICA GLOBALE
Le tensioni geopolitiche nel Golfo Persico stanno cambiando gli equilibri energetici globali, riportando al centro la fragilità delle rotte di approvvigionamento. Come evidenzia Fabrizio Goria su “La Stampa”, lo Stretto di Hormuz rappresenta un choke point strategico, con “21 milioni di barili di greggio e quasi 300 milioni di metri cubi di gas naturale liquefatto ogni giorno” in transito prima della crisi. In questo scenario, caratterizzato dall’imprevedibilità e dall’intermittenza dei flussi delle risorse, anche l’Asia risulta particolarmente esposta: la Cina, attraverso il Medio Oriente, assorbiva 5,5 milioni di barili di petrolio e 65 milioni di metri cubi di GNL quotidianamente, seguita da India (3,2 milioni e 55 milioni), Giappone (2,4 milioni e 40 milioni) e Corea del Sud (2,1 milioni e 35 milioni). La situazione di stallo che coinvolge il crocevia nel Golfo Persico sta pertanto generando un profondo impatto sul sistema energetico mondiale, che appare “frammentato, esposto e privo di opzioni”, con il rischio che il prezzo del petrolio possa superare “la soglia dei 200 dollari”.
L’alta volatilità si è manifestata nei mercati energetici. Sissi Bellomo, su “Il Sole 24 Ore”, spiega che le tensioni hanno determinato un forte rialzo delle quotazioni, con il gas europeo che ha registrato incrementi fino al 35% al Ttf, raggiungendo “72 euro per Megawattora”, livelli che “non si vedevano dal 2022 e più che doppi rispetto a prima della guerra in Medio Oriente”, mentre il Brent è ritornato a “sfiorare i 120 dollari al barile”. Il nodo principale riguarda la capacità produttiva e logistica: gli attacchi agli impianti qatarioti hanno compromesso infrastrutture chiave e, come viene sottolineato nell’articolo, “le riparazioni […] richiederanno da 3 a 5 anni”, con una capacità colpita pari a “12,8 milioni di tonnellate l’anno (oltre 18 miliardi di metri cubi di gas una volta rigassificati)”. A questo si aggiungono ulteriori riduzioni dell’offerta, con cali del 24% dell’export di condensati, del 14% di nafta e del 13% di elio.
Tutto ciò ha inciso pure sul sistema energetico europeo e italiano. Su “Il Messaggero”, Jacopo Orsini racconta infatti che la compagnia qatariota QatarEnergy ha attivato la clausola di “forza maggiore” per interrompere le forniture di GNL verso diversi Paesi, tra cui l’Italia, a seguito della “chiusura dello Stretto di Hormuz e [dei] missili lanciati dall’Iran sui suoi impianti”. Il gas naturale liquefatto proveniente dal Qatar rappresenta una quota rilevante degli approvvigionamenti nazionali, pari a circa “7 miliardi di metri cubi l’anno, su un totale di 62 consumati […] cioè poco più dell’11%”. Nel 2025, inoltre, l’Italia ha importato 14 miliardi di metri cubi di GNL, di cui 6,4 miliardi dal Qatar, con oltre il 40% dei volumi transitati dal rigassificatore di Rovigo, che ha gestito 71 navi metaniere nel corso dell’anno.
L’ASSE RUSSIA-CINA TRA FOSSILI E RELAZIONI INTERNAZIONALI
Il rafforzamento dell’asse tra Cina e Russia costituisce uno degli elementi più rilevanti degli ultimi mesi nel settore dell’energia, che ha visto una crescente competizione per l’accesso alle risorse su scala mondiale. Come scrive Michelangelo Cocco su “Domani”, Pechino si trova a gestire una domanda energetica in continua espansione, avendo raggiunto l’anno scorso “11,5 milioni di barili di greggio importati (in media) ogni giorno”. Nonostante i prezzi del petrolio tornati spesso sopra i 100 dollari al barile, il sistema industriale cinese continua a mostrare una forte capacità di adattamento, con esportazioni globali cresciute del 21,8% nel “primo bimestre del 2026”.
In risposta all’instabilità internazionale, la Cina ha potenziato le relazioni energetiche con la Russia, avviando nuovi progetti infrastrutturali. In particolare, il nuovo piano quinquennale 2026-2030 prevede la costruzione di ulteriori oleodotti transfrontalieri e lo sviluppo del progetto “Power of Siberia 2”, un’infrastruttura da 2.600 chilometri destinata a trasportare “50 miliardi di metri cubi” di gas all’anno dalla Siberia alla Cina. Questa opera si inserisce in una strategia più ampia di diversificazione delle fonti energetiche della superpotenza orientale, che comprende anche il ricorso a fornitori sotto sanzioni internazionali: Venezuela e Iran destinano circa l’80% della propria produzione di petrolio alla Cina, contribuendo rispettivamente al 3,8% e al 13,4% del fabbisogno energetico cinese.
Il ruolo dell’Iran si rivela centrale anche nella costruzione di un blocco energetico alternativo all’Occidente. Come descrive Maurizio Molinari su “Affari&Finanza”, il Paese rappresenta “il perno dell’intesa tra Putin e Xi attraverso forniture di greggio e investimenti nella rete logistica e finanziaria in chiave anti dollaro”. Dal punto di vista delle risorse, Teheran figura “tra i primi tre produttori di gas naturale, con il 17% delle riserve globali, e tra i primi cinque di petrolio, con il 9% del totale”. Parallelamente, la crescente instabilità geopolitica sta accelerando anche le strategie di transizione energetica. La Cina prevede di aumentare “la quota di energia non fossile nei consumi totali al 25 per cento entro il 2030, rispetto al 21,7 per cento del 2025”, sostenuta dallo sviluppo delle fonti rinnovabili: basti pensare che, solo nel 2025, Pechino ha installato 430 gigawatt di nuova capacità eolica e solare. Anche negli Stati Uniti, scrive Vitaliano D’Angerio su “Plus24”, le prospettive delle energie pulite sono positive secondo le proiezioni degli investitori, con “l’indice S&P global clean energy” che “guadagna su anno il 59% contro il 32,5% sullo stesso periodo di S&P global 1200 energy (fonti fossili)”, dimostrando che “la necessità di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili […] continua a sostenere il tema dell’elettrificazione”.
INTELLIGENZA ARTIFICIALE E LE PROSPETTIVE DEL FABBISOGNO DI ENERGIA
La crescente diffusione dell’intelligenza artificiale e dei servizi digitali sta trasformando il profilo della domanda energetica globale, rendendo i data center una delle infrastrutture più energivore e strategiche del sistema economico. Come evidenzia un’analisi de “Il Sole 24 Ore”, in Italia le richieste di energia per data center hanno raggiunto i “55 GW” nel 2025. Il confronto europeo evidenzia dinamiche analoghe: in Francia la capacità installata supera i 700 MW, con “richieste di connessione pari a circa 5 GW”, mentre in Germania il carico IT installato si attesta tra 3 e 3,5 GW. I tempi autorizzativi influenzano la capacità di sviluppo delle infrastrutture: i progetti greenfield (che realizzano ex novo i data center) richiedono tra i 18 mesi e i 3 anni, mentre si stanno sviluppando meccanismi di fast track per investimenti superiori al miliardo di euro.
La disponibilità di energia diventa quindi un fattore essenziale per lo sviluppo tecnologico. Come spiega infatti Davide Suverato della Paris School of Economics, in un articolo firmato da Carlo Valentini per “Italia Oggi”, “l’energia è condizione per la stessa esistenza tecnologica della produzione di intelligenza artificiale”, rimarcando la stretta relazione tra sistemi energetici e capacità computazionale. Le recenti tensioni geopolitiche stanno rendendo ancora più evidente questo rapporto, mentre la competizione per l’accesso alle risorse energetiche si traduce in una vera e propria gara tra le principali economie mondiali. Nel medesimo articolo si può leggere che esiste una “corsa a due, tra Usa e Cina, per garantirsi l’approvvigionamento di energia - tradizionale o rinnovabile - fondamentale per la supremazia tecnologica”, in uno scenario in cui le strozzature infrastrutturali rappresentano un rischio crescente.