L'Europa rafforza sicurezza energetica e approvvigionamenti, mentre il confronto su gas, materie prime critiche e investimenti si intreccia con la transizione
L’UE ALLA RICERCA DELLA RICETTA VINCENTE PER LA SICUREZZA ENERGETICA
La risposta europea alla nuova fase di volatilità energetica passa anzitutto da una revisione del rapporto tra elettricità, gas e consumi finali. Come scrive Sofia Fraschini su “il Giornale”, dopo anni di “instabilità geopolitica, rincari e crisi del gas”, Bruxelles sta preparando “una revisione della tassazione energetica (e degli oneri di rete)” per “definire un’aliquota inferiore rispetto al gas, nel tentativo di ridurre le bollette dei consumatori, famiglie e imprese”. La bozza della Commissione punta a “tassare l’elettricità in modo più favorevole rispetto al gas naturale”, così da agevolare l’elettrificazione nei settori in cui resta decisiva per diminuire la dipendenza dal gas: “riscaldamento, trasporti e industria”.
Il piano interviene anche sul comportamento dei consumatori e sulla gestione della domanda, visto che “richiederebbe […] ai paesi di incentivare i consumatori a spostare i consumi nelle fasce orarie in cui l’energia costa meno”. L’Ue fisserebbe inoltre l’obiettivo di dotare “la metà di tutti i clienti elettrici di un contatore intelligente entro il 2030”, mentre sul tavolo resta anche l’opzione di una revisione degli oneri di rete, che oggi rappresentano “circa un quarto della bolletta elettrica media di una famiglia nell’Ue”.
Il contesto geopolitico continua, tuttavia, a influenzare le strategie energetiche europee. Come riporta Anna Maria Merlo su “il manifesto”, l’International Energy Agency (IEA) avverte che “le crescenti perdite di approvvigionamento dallo Stretto di Hormuz stanno esaurendo le scorte globali di petrolio a un ritmo da record”, con forniture mondiali in calo di “3,9 milioni di barili al giorno”. In questo scenario, oltre a proseguire il percorso di diversificazione delle importazioni, la Ue “guarda anche ai propri giacimenti potenziali”, dal momento che “Cipro e la Romania hanno le più importanti riserve di gas”. E proprio in Romania il progetto “Neptun Deep”, nel Mar Nero, punta a diventare “il primo produttore di gas della Ue”. Pure la Grecia sta rafforzando l'attività esplorativa, mediante perforazioni al largo di Creta e Corfù. Parallelamente, la Norvegia, che fornisce “alla Ue il 40% del gas e il 10% del petrolio”, ha deciso di riaprire “tre campi di estrazione di gas inattivi da trent'anni” e di avviare nuove attività di ricerca in “70 nuovi ‘blocchi’”, confermando come la sicurezza degli approvvigionamenti resti una priorità strategica anche nella fase di accelerazione della transizione energetica.
GAS E PETROLIO, LA NUOVA MAPPA DEGLI APPROVVIGIONAMENTI
La sicurezza energetica si traduce specialmente nella capacità di moltiplicare canali, fornitori e infrastrutture. Ne parla Celestina Dominelli su “Il Sole 24 Ore”, con il sistema gas italiano che si è mostrato capace di resistere agli shock geopolitici, riuscendo a contenere “gli ammanchi legati allo stop prolungato dello stretto di Hormuz con altri canali”, soprattutto grazie alla “flessibilità concessa dal gas liquefatto trasportato via nave”. Nei primi quattro mesi dell’anno, “il totale dei carichi di Gnl giunti in Italia” è arrivato a 72, “di cui 42 dagli Stati Uniti, corrispondenti a circa il 60% dei volumi Lng complessivamente importati”.
Il GNL sta assumendo un ruolo centrale nella diversificazione, accanto al gas proveniente da Sud, dal momento che, da gennaio ad aprile, sono arrivati “7,1 miliardi di metri cubi a fronte dei quasi 22 miliardi complessivamente immessi in rete: il 33% del totale”, mentre i flussi dall’Algeria sono arrivati “a quota 7,6 miliardi di metri cubi”, pari al “35% del totale immesso in rete”. A questi si aggiunge il TAP, con il gas in ingresso a Melendugno che “si mantiene stabilmente la seconda fonte di approvvigionamento gas via tubo”, con “3,2 miliardi di metri cubi, il 15% del totale”, dimostrando l’importanza del gas proveniente da Sud per la continuità del sistema nazionale.
Su scala più ampia, la ricerca di nuove rotte per i rifornimenti di combustibili passa anche dalle grandi infrastrutture. Sempre su “Il Sole 24 Ore”, Alberto Magnani spiega infatti che l’African Atlantic Gas Pipeline, dal “costo stimato […] di 25 miliardi di dollari”, intende dar vita “al primo sblocco delle forniture già nel 2031”. Il progetto dovrebbe svilupparsi “lungo una linea di 6.900 chilometri” dal polo nigeriano di Lagos al porto marocchino di Tangeri, attraversando “Benin, Togo, Ghana, Costa d’Avorio, Liberia, Sierra Leone, Guinea, Guinea-Bissau, Gambia, Senegal e Mauritania”. La capacità massima prevista è di “30 miliardi di metri cubi”, con “una quota del 50% riservata” ai consumi marocchini e alle esportazioni verso l’Europa. L’infrastruttura compete inoltre con la Trans-Saharan Gas Pipeline, “un’infrastruttura da oltre 4mila chilometri concordata dal big algerino Sonatrach con la Nigeria”.
La stessa logica di riduzione del rischio sta ridefinendo anche gli equilibri mediorientali. Come racconta Houssam Mouazin su “La Stampa”, l’economia mondiale deve fare i conti con la “dipendenza energetica da corridoi navigabili larghi pochi chilometri”, in cui transita “circa un quinto delle risorse globali tra petrolio e gas”. Per questa ragione, l’attenzione dell’intero comparto energetico “si è spostata dalla pura distribuzione alla sicurezza del transito”, con la Siria che viene osservata come possibile snodo grazie a “un asse naturale di collegamento tra Nord e Sud, Est e Ovest” e a una rete interna “già agganciata a fonti esterne”, tra cui “l’Azerbaigian e il ‘gasdotto arabo’, proveniente dalla Giordania, che collega Siria, Egitto e Libano”, oltre all’“oleodotto da Kirkuk, in Iraq, che arriva alle raffinerie siriane e libanesi”. In questa prospettiva, emerge la potenzialità del progetto dei “Quattro Mari”, che mira a collegare “Golfo Persico, Mar Caspio, Mar Nero e Mediterraneo mediante una rete integrata di infrastrutture terrestri”, capace di richiamare l’interesse americano e mettere “Turchia e Siria al centro di un sistema integrato”, mentre i porti siriani si candidano come “un’alternativa logistica totale” per ridurre la dipendenza da Hormuz, Bab el-Mandab e Suez.
LA TRANSIZIONE ACCELERA TRA CONTESE GLOBALI E INVESTIMENTI
La sfida energetica si sta spostando sempre più sul controllo delle materie prime indispensabili per la transizione. Come scrive Maurizio Stefanini su “Il Foglio”, il rapporto “La presencia de China en el sector de litio en América Latina y el Caribe” esordisce affermando che “il litio è diventato una risorsa chiave per la transizione energetica globale. Il suo utilizzo nelle batterie per veicoli elettrici e nei sistemi di accumulo ha rappresentato oltre il 60 per cento della domanda globale, una percentuale che potrebbe superare il 90 per cento entro il 2040”. Lo stesso documento evidenzia come questo scenario abbia “intensificato la competizione per il suo controllo”, con una presenza crescente della Cina in America Latina, che “detiene oltre la metà delle riserve mondiali”. Tra il 2021 e il 2023 “la domanda di litio è aumentata del 250 per cento” e Pechino è oggi coinvolta in “almeno 28 progetti legati alla filiera del litio in cinque paesi” dell'area.
La competizione per le materie prime si riflette anche sul piano industriale e tecnologico. Lo sottolinea Fiammetta Cupellaro su “Affari & Finanza”, raccontando che “la transizione energetica non è più solo una questione climatica o tecnologica. Sta diventando una partita geopolitica tra tre poli”: Stati Uniti, Cina ed Europa. L'autrice richiama una nuova “analisi ricostruita da Bloomberg”, secondo cui le politiche commerciali introdotte da Washington stanno alimentando un processo di “disaccoppiamento” tra le imprese americane e i fornitori cinesi, con un ridimensionamento degli investimenti cinesi negli Stati Uniti “di oltre 3 miliardi di dollari”. Parallelamente, gli investimenti di Pechino si stanno orientando verso Asia, America Latina ed Europa, con il rischio che il continente europeo rafforzi la propria dipendenza dalle tecnologie sviluppate fuori dai suoi confini.
Le tensioni geopolitiche non stanno però rallentando i capitali dedicati alla transizione energetica. Sempre su “Affari & Finanza”, Vito de Ceglia spiega che il World Energy Investment 2026 dell’IEA prevede, per quest’anno, investimenti energetici mondiali pari a “3.400 miliardi di dollari”, di cui “circa 2.200 miliardi confluiranno in rinnovabili, reti elettriche, accumuli, nucleare, elettrificazione ed efficienza energetica”. In altri termini, “quasi due dollari su tre investiti nel sistema energetico globale finanzieranno le tecnologie della transizione”. Secondo l'IEA, questa evoluzione è sostenuta dagli obiettivi climatici, ma anche da “sicurezza energetica, competitività industriale e riduzione della dipendenza dalle importazioni”, fattori destinati a orientare sempre più le strategie di governi e imprese.