21.09.2018 | Quale valore sta assumendo la transizione energetica? Come influenza questo processo la strumentalizzazione mediatica

Tap: la politica del tifo

di Michele di Governatori - pubblicato su Nuova Energia, agosto 2018 

O bianco o nero

Dategli tutto, agli elettori, ma non scelte complesse. O bianco, o nero. Bisogna che sia facile capire da che parte mettersi e da che parte sta la persona che hai davanti.

Sei per lo “sviluppo delle infrastrutture” o per la “decrescita felice”? Per la politica del “no” o quella del “fare”?

Quante volte siamo stati sollecitati a scegliere tra dicotomie di questo tipo, dove naturalmente il tipo di formulazione fa già capire da che parte sta il sollecitatore e dove vorrebbe che anche noi ci mettessimo.


Comincio a pensare che di questi tempi il vero rivoluzionario invece stia dalla parte del discernimento, della valutazione applicata a ogni singolo caso.Le infrastrutture non sono tutte uguali. Non lo sono le fonti di finanziamento, l’impatto ambientale, occupazionale, le conseguenze economiche e addirittura geopolitiche.

Nefaste assonanze

Il TAP ha un grande problema: quello di chiamarsi con un acronimo assonante con TAV.

Un vulnus più che sufficiente perché gran parte del tifo non discrimini tra l’uno e l’altro progetto. Così entrambi diventano simbolo di devastazioni ambientali, multinazionali (cattive per definizione), globalizzazione, e quest’aura è più che sufficiente per applicare a entrambi le stesse considerazioni di rifiuto (o di accettazione).

In realtà TAP e TAV hanno in comune solo il fatto d’essere progetti d’interconnessione. La TAV mirata a rendere disponibile nuova capacità merci su rotaia tra Torino e Lione con dislivelli molto minori dell’attuale tunnel del Frejus, il TAP a interconnettere per la prima volta l’Italia e l’Europa ai giacimenti di gas azero.

Diverse le fonti di denaro (finanziata in modo pubblico la TAV, opera merchant il TAP), molto diverse le implicazioni geopolitiche, visto che il TAP apre un nuovo corridoio di sourcing del gas per il blocco dell’Europa occidentale che in termini di capacità di produzione e importazione oggi negli inverni rigidi dipende dalla Russia.

Decarbonizzazione

Altro tema che rischia pericolosissimamente di diventare un’etichetta da tifo è la decarbonizzazione.

La vuoi se sei progressista, un po’ di sinistra magari, se ti piace Trudeau e non ti piace Trump. Sei invece scettico se ti tenta il neonazionalismo, non sopporti i buonisti, ti piacciono le Harley Davidson eccetera.

Dovrebbe essere una questione di analisi strategica costi/benefici, di investimenti oculati per il futuro sulla base delle indicazioni della comunità scientifica, e invece anche la transizione energetica ecologica diventa un fatto d’etichetta, da spilla elettorale da indossare ai comizi.

Ma per fortuna a volte perfino la logica delle bandierine può costringere a pensare: se io sono per la “decrescita”, ma sono anche per la decarbonizzazione, il TAP mi dovrebbe piacere oppure no?
Dilemma complicato, perché rischia di mettermi in una terra di nessuno ideologica, visto che da un lato il TAP è un’infrastruttura che aiuta la globalizzazione, l’interconnessione, con interessi multinazionali, dall’altro è certamente un aiuto anche alla decarbonizzazione, visto che per qualche decennio il gas sarà il combustibile di backup alle rinnovabili (se non vogliamo che lo sia, peraltro con più difficoltà tecniche, il carbone).

Il legame tra interconnessioni e decarbonizzazione è anche al centro della “dichiarazione di Lisbona” con cui lo scorso 27 luglio i tre capi di governo francese, spagnolo e portoghese hanno rilanciato la propria visione di un mondo energetico sostenibile che passa per il contrasto ai cambiamenti climatici.

 
E a ben vedere potrebbe essere proprio questo l’elemento che sul TAP fornisce un terreno di incontro ragionevole alle due fazioni di cui parlavo all’inizio: quelli a cui piacciono le infrastrutture e il “ferro” a prescindere, e quelli che pur di perseguire la sostenibilità si arrischiano a desiderare una vita di rinunce.

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